venerdì 18 aprile 2014

L'intervento dell'assessore Cutini all'Assemblea Naizonale di ANCORA

L’importanza che le Ipab hanno nel sistema dei servizi territoriali alla persona è inversamente proporzionale alla qualità dell’attenzione posta in questi anni dal legislatore su di esse e sulle loro potenzialità di intervento. Sono passati quasi quindici anni da quando la legge 328 di riforma dell’assistenza abrogava definitivamente il modello della vecchia legge Crispi del 1890, caratterizzato dalla concezione dell’assistenza sociale in termini di beneficienza e della discrezionalità degli interventi, per sostituirlo con il nuovo impianto normativo, fondato sul principio costituzionale che l’assistenza è diritto del cittadino a fruire dei servizi sociali aventi un determinato standard qualitativo, nel rispetto dei parametri di accesso fissati dalle singole autorità competenti.

In questi quindici anni le Ipab – o meglio le ex-Ipab – secondo quanto previsto dal D. Lgs. 207/2001 (la legge delega al governo in materia di riordinamento del sistema delle Ipab, contenuta nella legge 328) avrebbero dovuto entrare a pieno titolo nel meccanismo produttivo ed erogativo dell’assistenza, a livello regionale, mediante il ricorso ai modelli gestionali ed organizzativi di stampo aziendalistico, o mantenendo la natura giuridica di diritto pubblico (Aziende pubbliche di servizi alla persona), o trasformandosi nei più flessibili schemi privatistici, maggiormente orientati al mercato del terzo settore e svincolati dai più restringenti limiti sui controlli. A questo proposito ricordiamo come sin dal 1988 la Corte Costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 1 della legge Crispi, nella parte in cui non prevedeva che le Ipab regionali potessero continuare ad esistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora non avessero tutti i requisiti di un’istituzione pubblica.
Sono passati quindici anni. Qualcosa si è fatto, ma non quanto sarebbe stato lecito attendersi su un tema che io considero di cruciale rilevanza per il futuro delle nostre città.

Le vicende di questi giorni sulla difficile situazione del bilancio capitolino, al di là dei singoli fatti e delle specifiche responsabilità che hanno portato alle condizioni attuali, se ancora ce ne fosse bisogno, indicano con chiarezza un nodo strutturale delle politiche pubbliche e dell’esercizio della cittadinanza in senso lato. I rapidi e consistenti mutamenti economici, sociali e demografici in atto impediscono di considerare la leva fiscale e, più in generale, i tradizionali canali di raccolta del finanziamento pubblico, come unica fonte di erogazione di quel complesso e differenziato settore della spesa pubblica che definiamo politiche sociali. Un settore su cui sarà estremamente arduo nel prossimo futuro intervenire con tagli e che piuttosto, realisticamente, subirà una crescente espansione. Come fare? Bisogna chiederselo e chiederselo con più coraggio.

Una prima, importante risposta viene dalle Ipab. Le Ipab hanno un cuore antico, ma che sa rinnovarsi. Lo dimostrano le loro attività, sempre più differenziate e calibrate sulla trasformazione dei bisogni. Lo dimostrano la consistenza e la solidità dei loro patrimoni. Si tratta nella quasi totalità di aziende sane, che rendono servizi utili ed efficienti. Lo dimostrano le cifre, ad esempio il fatto che oltre il 15% dei posti in residenzialità a livello nazionale è gestito da Ipab o da Asp. Cioè rappresentano già oggi una parte molto consistente delle risposte ai bisogni sociali emergenti sul territorio. Insomma le Ipab costituiscono un asse strategico nel futuro del sistema integrato dei servizi sociali.

Purtroppo il tempo perso in questi anni non ha giovato a nessuno: il robusto patrimonio di risorse espresso dagli istituti non è stato certo utilizzato in modo ottimale. Qualche volta è stato trascurato, in alcuni casi perfino saccheggiato. Il Documento del Coordinamento nazionale che presentate oggi contiene molti spunti in questo senso. Sulle Ipab, dopo la troppo breve stagione delle riforme sociali tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, che ebbe proprio come culmine l’approvazione della legge 328, è tornata una sorta di indifferenza o di estraneità da parte del legislatore o delle istituzioni. Come minimo c’è stata una reiterata trascuratezza del loro potenziale; a volte – lo ripeto – un loro utilizzo a dir poco strumentale. Si è affermata pertanto una difformità di situazioni a livello nazionale, nelle diverse regioni, tra regione e regione, che certamente impedisce l’efficientamento complessivo del sistema. Il Decreto legislativo di riordino aveva fissato una serie di materie ed adempimenti attuativi la cui competenza veniva attribuita alle regioni, che vi dovevano provvedere con la propria legge. Dalla data di entrata in vigore della legge regionale sarebbe cessato il regime transitorio. Ebbene solo la metà circa delle regioni – mi sembra siano dodici – ha legiferato sull’argomento. Importanti regioni, come il Veneto non lo hanno ancora fatto.
Va anche detto che il processo di adeguamento normativo delle Ipab doveva essere accompagnato, o meglio, se possibile, anticipato, dal recepimento a livello regionale della legge quadro, 328, di riforma dei servizi sociali. Nelle regioni in cui questo è avvenuto, una linea normativa per le Ipab è stata adottata, pur anche qui nella troppa diversificazione di soluzioni adottate.
Qui c’è il caso della nostra regione, il Lazio. Dicevamo, sono passati quindici anni e la nostra regione ancora non ha né la sua legge di rifermento dei servizi sociali accordata alla riforma nazionale, né la sua legge di riordino delle Ipab. Abbiamo ancora solo due proposte di legge, rispettivamente la 88 e la 122 (primi firmatari i consiglieri Valeriani, Lena e Agostini), attualmente in discussione al Consiglio regionale. Non è questa la sede, per me, per entrare nel merito di un’analisi dei due testi. Voglio solo rilevare come, dopo quindici anni, sul tema delle Ipab siamo praticamente ancora in regime transitorio. E questo è inaccettabile.
Molte sono le conseguenze negative che derivano da questo stato di incertezza. Alcune le ho già dette; molte le avete dette o scritte voi nel vostro Documento; vorrei solo sottolinearne un’altra: l’assenza di un vero e proprio censimento di tutte le realtà presenti a Roma e nel Lazio, con una chiara emersione del loro profilo, delle loro finalità e delle loro attività.

L’assenza di una rappresentanza associativa nazionale ha certamente pesato sulla impalpabile interlocuzione di questi anni tra Ipab, Asp e livelli di governo. Oggi questo gap finalmente si colma. ANCORA diventa un soggetto di rappresentanza a tutti gli effetti. Mi sembra un fatto di grande rilevanza ed estrema positività. Non voglio entrare nel merito specifico delle tematiche oggi tra voi in discussione, come la natura giuridica, la fiscalità, la contrattazione. Ascolto con attenzione il dibattito e le proposte. Nella sostanza concordo con le vostre richieste, perché aiutano a definire una maggiore stabilità del sistema Ipab e – ma pare – orientano ad una migliore efficacia della sua azione. Senza dimenticare la libertà che a questo sistema deve essere garantito. Anche la richiesta di annullare la sentenza della Corte Costituzionale che vincola gli enti al patto di stabilità mi pare legittima.

Quel che vorrei dirvi in conclusione è che il mio Assessorato punta molto sul lavoro delle Ipab per allargare le maglie di un sistema di servizi sociali a Roma, ancora poco efficace almeno su due fronti: quello del contrasto alle forme di povertà estrema, e quindi del consolidamento di un sistema di accoglienza, che tenga anche in debito conto il fatto che la Capitale di un paese proiettato sul Mediterraneo attrae flussi di immigrazione molto più consistenti che altrove; e quello dell’attivazione di una rete di monitoraggio e protezione sul territorio della popolazione più fragile, in particolare gli anziani.
Su questi due fronti le Ipab ci possono aiutare tantissimo, sia in termini di impiego di risorse, ma soprattutto in termini di avviamento di servizi innovativi e specializzati. Penso alla necessità di attivare una serie di interventi integrati a favore degli anziani fragili, che coinvolgano una pluralità di soggetti e che stimolino alla permanenza dell’anziano dentro i propri circuiti vitali. Del resto, proprio in questo luogo, si sta operando la scelta di trasformare una casa di riposo in un centro polifunzionale per la terza età, anzi in un polo territoriale aperto, per la terza età e per le famiglie in generale. Insomma uno spazio aggregativo per tutti, ma che veda gli anziani, al tempo stesso, protagonisti e destinatari di servizi.

Penso anche alla creazione di spazi di accoglienza dignitosi, umani, integrati con il quartiere, per chi vive forme di povertà estrema e che necessità di percorsi di inclusione o di riabilitazione efficaci e non occasionali. Sono convinta che il sistema delle Ipab, anche nella veste futura, sia di Aziende pubbliche di servizio alla persona sia di fondazioni private, abbiano tutte le potenzialità per fare tutto questo e per farlo al meglio.